Tinariwen – Emmaar

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Tinariwen - EmmaarPremessa: non ho mai avuto particolare simpatia per i gruppi cosiddetti “etnici”. Pur ammettendo che parte del mio (pre)giudizio sia dovuto al fatto che spesso etnico equivale a alternativo (nella sua accezione negativa), i miei gusti personali raramente incontrano le sonorità provenienti da paesi considerati, appunto, come “etnici”. Stavolta ho dovuto, in parte, ricredermi.

Conoscevo poco i Tinariwen, avevo ascoltato qualche pezzo del loro disco Aman Iman e pur non essendone stato rapito di sicuro ne fui stuzzicato, quindi cominciai a informarmi un po’ come spesso faccio. Al di là dell’innegabile freschezza del genere musicale proposto e dall’insolita provenienza della band (Mali), mi incuriosì come il leader Ibrahim Ag Alhabib abbia iniziato, secondo alcune fonti, a suonare la chitarra nei campi militari organizzati da Gheddafi ai tempi dei movimenti di liberazione. Ergo, esaltazione a secchiate. Quale migliore occasione per recensire Emmaar, la loro ultima fatica discografica?

Uscito nel Febbraio 2014, può vantare la partecipazione del signor Josh Klinghoffer, conosciuto ai più per aver rimpiazzato John Frusciante nei RHCP nel 2009. Inoltre, pare che la lavorazione del disco abbia avuto dei problemi legati a ribellioni Tuareg, durante le quali degli estremisti islamici hanno rapito il chitarrista Abdallah Ag Lamida. Sono ufficialmente carico a pallettoni.

Già dall’opener Toumast Tincha sembra di essere stati schiaffati nel deserto con 50 gradi, senza possibilità di ritorno e circondato da entità mistiche. Tuttavia la chitarra elettrica in primo piano, specialmente nelle prime battute di ogni pezzo, contribuisce a dar l’impressione di qualcosa di diverso dalla solita musica etnica. La sensazione rimane esattamente la stessa per gran parte del disco, e anzi viene rimarcata da pezzi come Timadrit in Sahara o Tahalamot. Arrivati all’ottava traccia, Imdiwanin ahi Tifhamam, si assiste (per fortuna, aggiungerei) a ritmi più movimentati e all’introduzione di un violino che ci sta da Dio. All’arrivo della ultime due tracce, Emajer e Aghregh Medin, il peregrinare nel deserto sembra giunto al termine, e l’intro acustica dell’ultimo pezzo sembra messo lì per testimoniarlo.

L’unica pecca del disco è la mancanza di particolari picchi, che avrebbero reso l’ascolto più stimolante. Il risultato è un disco senza dubbio omogeneo (forse anche troppo) ma che avrebbe fatto a meno di almeno un paio di tracce senza che il risultato subisse particolari cambiamenti. A parte ciò, perdersi nel deserto non è poi così male.

Come ascoltarlo: A dorso di un cammello o durante una vacanza in posti moolto caldi

I pezzoni: Toumast Tincha, Timadrit in Sahara, Tahalamot, Emajer

Anno: 2014


Andrea Cignoni