Non ho paura di dire che questo che vado a recensire può ambire ad essere il disco dell’anno. È vero, non ne ho ascoltati tantissimi e l’anno non è ancora finito, ma credo che una volta ascoltato l’album sia veramente difficile darmi torto. Ma andiamo con ordine.
Ryan Adams è un quarantenne americano, da non confondere però con il quasi anonimo Bryan, più attempato e famoso ma ormai bollito (si può dire?). Dopo una più che discreta per quanto breve carriera con i Whiskeytown, decide di darsi a una prolifica carriera solista, con picchi creativi raggiunti nei primi due album, Heartbreaker (2000) e Gold (2001).
Questo suo 14esimo album, intitolato semplicemente Ryan Adams, ci riporta piacevolmente a un suono di qualche anno fa, tipicamente americano e lontano da quel cantautorato spinto che tanto va di moda adesso e che, concedetemelo, a volte è una vera e propria martellata negli zebedei.
Pronti, via. Si comincia col primo singolo estratto dall’album, Gimme Something Good, a parere di chi scrive “il” pezzo del disco, il cui ritornello vi resterà nella testa per molto tempo. Una canzone che sembra aver lasciato di stucco anche sua maestà David Letterman, non certo uno sbarbatello. Non vi dico nulla per non rovinarvi la sorpresa, godetevi semplicemente il video.
Si continua su livelli elevati con la dolce ma elettrica Kim, perfetto lasciapassare per la successiva Trouble, che fa dell’incedere trascinante il suo punto di forza.
Dopo le orecchiabili ma non indimenticabili Am I Safe e My Wrecking Ball, si arriva a un altro brano di livello, Stay With Me, con un refrain alquanto catchy e con sonorità un po’ anni 80, nell’accezione buona del termine.
Si prosegue con Shadows, pezzo piuttosto ispirato ma un po’ prolisso, forse il più debole del lotto.
Feels Like Fire e I Just Might riportano il disco sui binari giusti, e in particolare nel secondo sembra quasi di ascoltare Bruce Springsteen (sperando che il Boss non ce ne voglia per il paragone!).
Chiudono il tutto le ballate elettro-acustiche Tired of Giving Up e Let Go, che non aggiungono molto alla storia del disco, anche se l’ultima traccia si lascia ascoltare con molto piacere.
Gene Simmons, bassista e lingua dei Kiss, ha detto recentemente che il rock è ormai stato ucciso. Se da una parte è vero che ormai quasi tutto è stato inventato in ambito musicale, è altrettanto vero che là fuori c’è chi riesce ancora a regalarci dischi del genere: orecchiabili, ben suonati e appassionati. Proprio come ha fatto Ryan Adams (non Bryan, ve l’avevo già detto?).
Non è poco, direi.
Come ascoltarlo: Durante un lungo viaggio in macchina. The American way.
I pezzoni: Gimme Something Good, Trouble, Stay With me, I Just Might
Anno: 2014



















