Steven Wilson – Hand. Cannot. Erase

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Steven Wilson Hand. Cannot. EraseSteven Wilson è tornato, e lo dico subito: l’uscita del suo ultimo album in studio ha risvegliato nel sottoscritto emozioni primordiali e difficilmente controllabili. Adoro Wilson e tutte le sue dimensioni artistiche (Porcupine Tree, Blackfield, No–Man e chi più ne ha più ne metta) alla follia: nonostante si avvicini ormai ai 50 anni, riesce a dimostrarne circa la metà sia per l’aspetto fisico (ma come fa?) e l’inesauribile quanto frizzante creatività. Ora, cercando di essere obiettivo, meglio passare alla recensione vera e propria.

Hand. Cannot. Erase. (sì, è scritto volutamente con tre punti): si tratta di un concept album, similmente a come ci ha abituati l’artista inglese durante la sua carriera. Più precisamente si ispira alla figura di Joyce Carol Vincent, impiegata residente a Londra ritrovata morta nel suo appartamento nel Dicembre 2006. Fin qui nulla di particolarmente scioccante, se non fosse che la Vincent fosse morta almeno 3 anni prima del ritrovamento, periodo nel quale nessuno aveva denunciato la sua scomparsa. Da qui l’idea dell’artista, come affermato a Tgcom 24, di dimostrare come “anche in una grande città, in mezzo a milioni di persone, in realtà siamo invisibili”. Il buon Steven però è lungi dall’essere invisibile, se continua a sfornare gemme del genere. Ma andiamo con ordine.

Wilson si muove come al solito nell’ambito del prog rock di matrice Floydiana, sua maggiore fonte di ispirazione, ma sarebbe riduttivo catalogare in tale genere la sua ultima fatica discografica. A differenza del suo diretto predecessore The Raven That Refused To Sing (And Other Stories) del 2013 che si manteneva su sonorità più retrò, Hand. Cannot. Erase. è un lavoro che mischia con disarmante nonchalance generi e sonorità completamente diversi: pop, riff di chitarra belli pesanti, elettronica e via dicendo. Dopo l’evocativa intro First Regret, si parte subito con un pezzo di oltre 10 minuti, che potrebbe spiazzare l’ascoltatore medio: tuttavia, 3 Years Older è uno dei pezzi più maestosi dell’intero album. Goderselo da cima e fondo con i suoi innumerevoli cambi di tempo è l’unica cosa sensata da fare.

La titletrack è semplicemente una canzone pop perfetta: ritmo sostenuto e ritornello orecchiabile. Niente da fare, Wilson sa sempre come spiazzarti. Si prosegue spediti col primo singolo dell’album, Perfect Life. Scelta peculiare considerato il carattere poco “radiofonico” del pezzo (evidenti i richiami all’elettronica inglese) che comunque si attesta su livelli medio–alti. L’indole prog ritorna con Routine, suite di 9 minuti che si avvicina in maniera evidente a loro, sempre loro, ovvero i Pink Floyd. Con Home Invasion si ha la sensazione di trovarsi davanti ai Dream Theater, con le loro ritmiche intricate e le chitarre distorte. Ma basta addentrarsi nel pezzo per capire che Wilson ci gode nel confonderci le idee. Ascoltare per credere. La successiva Regret #9 altro non è che un intermezzo strumentale, per quanto piuttosto lungo. Niente male, ma siamo sotto i livelli medi del disco. Anche Transience, con i suoi 3 minuti scarsi, è un altro intermezzo: tuttavia il suo incedere lo rende l’introduzione perfetto per Ancestral, che con i suoi 13 minuti e mezzo rappresenta un po’ la summa del Wilson-pensiero: atmosfere sognanti, cambi di tempo, tonnellate di rimandi ad altri generi musicali… in una parola sola, ipnotica! Con Happy Returns si recupera la parte pop del disco, che si chiude in bellezza con Ascendant Here On…

Per farla breve, è un disco da ascoltare assolutamente a prescindere dalle preferenze personali. SW è quasi sempre sinonimo di garanzia, nonostante la sua discografia possa tranquillamente riempire un libro. Veramente consigliato.

Come ascoltarlo: Col cervello collegato (ma non troppo).

I pezzoni: Hand. Cannot. Erase., Home Invasion, Ancestral

Anno: 2015


Andrea Cignoni