alt-J – The Dream

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Al mio grido d’uscita del nuovo album degli alt-J mi son trovato inaspettatamente a dover fronteggiare la fatidica domanda “E chi sono? Cioè, che genere fanno?”:
– “… beh … boh, un po’ tutti direi”.

Che genere fanno gli alt-J?!

alt-j The Dream cover

Quarto album per la band inglese, che doveva risollevarsi dopo l’incerto lavoro precedente (Relaxer – 2017), e per fortuna lo fa già con il pezzo d’apertura Bane: ritmo ipnotico iniziale tra il classico e l’epico, improvviso intermezzo dai toni mesti seguito da un ritornello laconico in cui – ho dovuto riascoltarlo – si narra di un craving di Coca Cola. Ok.
E via di seconda strofa in cui tornano in grande spolvero gli alt-J di
This is all Yours, con un beat un po’ strattonato, che sembra di dover camminare vincendo la resistenza di un elastico. 

Coca Cola, dicevamo, mescolata al Why have you forsaken me di evangelica memoria, è il cocktail piuttosto complicato scelto per annunciare le tematiche dell’album, che si propone di trattare i classici grandi temi di morte, amore, tradimento, felicità, a volte anche con una spiccata vena sarcastica. O almeno questo dicono le altre recensioni che ho letto in giro sull’internet, io c’ho capito poco del primo pezzo… Però mi è piaciuto, sufficientemente istrionico, adeguato.

alt-J

Di buono c’è che poi il trio di Leeds parte subito alzando i BPM, scacciando quindi le critiche del precedente disco, additato come album un po’ “seduto”. 

Di molto buono c’è che il terzo pezzo, quello più allegro e incalzante, prende pure in giro le criptovalute. Alla faccia vostra.

Di perfetto invece c’è il pezzo a metà album, Get Better: una ballata inaspettata che ricorda un po’ Elliot Smith (forse solo perché è citato, ho una mente facilmente plagiabile), con ‘ste continue ripartenze che permettono di respirare giusto il tempo necessario per non farsela tutta in apnea. Una ballata che sembra calare lentamente come una coperta emotiva, assorbendo tutta l’empatia che uno può generare.
Vi avverto, se c’avete pure il testo davanti su questa vi entrerà qualcosa nell’occhio.

Ecco, e poi comincia la metà bella del disco.

No davvero, se nella prima parte ci catturano e incalzano, stuzzicando la nostra curiosità ma già pure soddisfacendola, da qui in poi gli alt-J ci riversano addosso tutta l’ecletticità che hanno maturato negli anni: cassa in quarti e riverberi elettronici, ritornelli barocchi che diventano hip hop, psichedelia feat. lentoni folk in cui la voce di Joe Newman sembra attraversarti il corpo in senso inverso, cioè da dentro verso fuori.

alt-J The Dream

Al quarantaduesimo ascolto mi rendo conto che forse la risposta iniziale “fanno un po’ tutti i generi” è terribilmente fuorviante, li svuota di ogni personalità caratterizzante, quando invece siamo di fronte all’esatto opposto: la voce rotta e a tratti robotica, i ritmi caleidoscopici ma al tempo stesso rassicuranti, i suoni distopici (ho proprio scritto “suoni distopici”!), sono tutti elementi tremendamente distinguibili che identificano inequivocabilmente la band ma al tempo stesso, essendo appunto molteplici, le danno un’ampia superficie su cui spaziare e permettono di mantenere un’identità precisa eppure sempre nuova.

Che genere fanno? Fanno gli alt-J, contengono moltitudini, e le gestiscono pure molto bene.

Come ascoltarlo: In viaggio rende bene.

Pezzoni: Get Better, Philadelphia

Anno: 2022


Mirco Geremia