Pearl Jam – Gigaton

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Non ho voluto leggere nulla sul nuovo disco dei Pearl JamGigaton, prima di ascoltarlo. E non ho ancora letto nulla, lo farò solo quando avrò pubblicato questa stessa recensione. Ho sempre un terribile pregiudizio (positivo) quando pubblicano qualcosa di nuovo, so che non riuscirei mai a parlarne male. Perché certo, in questo periodo sto ascoltando roba parecchio diversa dai PJ, ma ecco, con loro torno sempre a casa. Ci hanno fatto aspettare parecchio questa volta, ben lontani dal periodo in cui pubblicavano un nuovo lavoro ogni due anni. Però ok, tutta l’industria discografica è ben lontana da quel periodo.

Gigaton Pearl Jam

Complice una promozione da major sempre ben fatta, ogni nuovo album eccita anche i fan di vecchia data, i classici del “ah, ma i Pearl Jam non suonano più come una volta”. Personalmente, mi hanno conquistato definitivamente con il lancio di Quick Escape e il gioco di Space Invaders (per chi se lo fosse perso, è qui).

Gigaton parte con la botta iniziale di Who Ever Said, un classicone dei PJ: strofe ben definite, ritornello ripetuto mille volte, mega bridge e la finta chiusura che dal vivo suonerà sicuramente bene. La voce di Vedder resta senza troppi dubbi quella che preferisco in assoluto, e adoro come su ogni nuovo lavoro butti sempre almeno un paio di pezzi alla Into The Wild (qui ci sono Comes The Goes e River Cross). Che poi, penso ci sia davvero ben poco da aggiungere su Eddie Vedder. Più volte ho dichiarato il mio eterno amore nei suoi confronti, non riuscirei mai a cambiare idea.

Polemiche a parte che accompagnano qualsiasi nuovo disco di qualsiasi grande band, resto fortemente convinto che in mezzo a tutto il terribile poppettio che sta uscendo ultimamente, abbiamo un grande bisogno di chitarre. Per fortuna ci sono ancora i Pearl Jam. Per fortuna ci sono ancora i riff di Gossard e i solo di McCready che suonano ancora maledettamente bene.

Probabilmente però, la cosa che meno mi convince di tutto Gigaton è proprio il fatto che sia un album estremamente classico. Credo di essermi illuso all’uscita di Dance Of The Clairvoyants, dove già dall’intro di Cameron e Ament avevo avvertito un cambio di sound che apprezzo sempre moltissimo dopo qualche anno.

Un album tipicamente da Pearl Jam quindi, dove, da sempre decisamente schierati dalla parte meno peggiore, non risparmiamo sacrosante e dirette offese a quel pagliaccio di Trump. Su Quick Escape si sfogano così:

[…] The lengths we had to go to then
To find a place Trump hadn’t fucked up yet.

Oppure ancora, in Seven O’Clock usano un magnifico epiteto, Stronzo Seduto (btw, censurato su Spotify):

Sitting Bull and Crazy Horse they forged the North and West
Then you got Sitting Bullshit as our sitting president
Talking to his mirror, what’s he say, what’s it say back?
A tragedy of errors, who’ll be last to have a laugh?

Take The Long Way ha una ritmica pazzesca, con tempi dispari che personalmente mi fanno sempre impazzire, e qui si sente che il pezzo è stato composto da un batterista. Il testo però è davvero terribile, e qui si sente che è stato scritto da un batterista. A disco quasi chiuso parte un pezzo come Buckle Up e resto completamente spiazzato da come una ballatona dal suono quasi romantico sia accompagnata di un testo come questo:

I got blood
Blood on my hands
The stain of
Of a human.

Ecco, questa contraddizione tra musica e testo mi ha sempre fatto impazzire (tutto merito di Stone Gossard qui, eh). Un po’ come aveva fatto David Berman con All My Happiness is Gone dei Purple Mountains.

Grande nota negativa del disco: la copertina è terribile. Capisco e condivido il significato, ma la resa grafica poteva essere decisamente migliore. Però va beh, salvo un paio di eccezioni, le copertine non sono mai state il loro forte.

Mentre scrivo, guardo il biglietto della loro data di luglio a Imola, aggrappandomi alla debolissima e illusoria speranza che questa merda che c’è in giro passerà presto e torneremo a idolatrare i nostri Pearl Jam schiacciati uno addosso all’altro.

Come ascoltarlo: In questo periodo non abbiamo alternative, a casa, sul divano. Però almeno usiamo un paio di buone cuffie.

Pezzoni: Dance Of The Clairvoyants, Buckle Up.

Anno: 2020


Enrico Grando