Birthh – Whoa

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“People are just people, they don’t know what they’re after”.

Comincia così Whoa, il secondo album di Birthh, pseudonimo di Alice Bisi, giovane cantautrice fiorentina. Comincia annunciando il tema di questo disco, una condivisione sulla percezione umana del mondo, personale e limitata per ognuno, e comincia con una rinfrescante leggerezza musicale, schiarendo decisamente i toni del precedente album con cui l’avevamo conosciuta.

birthh whoa

Se il primo lavoro infatti ricordava i Daughter per sonorità e melodie, in questo album è difficile non scomodare un paragone con la prima Elisa, quella di Labyrinth, anche se molto più eterea e “improvvisa”.

Non mi soffermo sul track by track, ne esiste già uno fatto dall’artista stessa che vanificherebbe ogni sforzo; quello che però voglio sottolineare è la genuinità e la freschezza che mi ha suggerito  questo ascolto, come una passeggiata tra le nuvole.

La freschezza arriva dalle melodie improvvise, a volte eccentriche, pur restando sempre piacevoli, ma arriva anche da curiosi giochi ritmici e da inaspettati cambi di tonalità qua e là. Tutto questo, insieme ad una produzione essenziale, con inserti elettronici preziosi ma mai invasivi, permettono ai pezzi di uscire dalla sfera della banalità e di collocarsi in quel dream pop che in Italia manca, ma che in generale non è facile trovare neanche a livello internazionale, senza scadere nelle solite atmosfere un po’ scure e che ormai suonano vecchie. E non è poco.

Birthh Alice Bisi

La genuinità invece si respira nella voce di Birthh, in bilico tra la bambina che gioca a fare l’adulta e il viceversa. È una linea molto sottile, quella che separa l’innocenza dalla finzione, e spesso la differenza la fa solo la disposizione con cui si pone l’ascoltatore. Si tratta quindi di un parere puramente soggettivo e non potrebbe essere altrimenti, ma voglio evidenziare due passaggi nella prima parte del disco che mi hanno convinto a non dubitare della sincerità di quest’artista.

Al minuto 1:25 di Draw, terzo brano, quando sorride cantando

“I dropped out of college, I called that vacation
Been swimming with flip-flops for years in rotation”

potrebbe benissimo ricordare una qualsiasi Hannah Montana, ma la melodia repentina e la presa di coscienza dei versi successivi 

 “But that’s just what happened to my generation
These 50 years old saying I need a profession
But I’m paying taxes to win the elections”

suggerisce una consapevolezza della propria situazione, dell’accettare l’incertezza e l’ingenuità dei vent’anni, di far fronte alle scelte senza pretendere risposte che non appartengono a questa età. Un’ingenuità consapevole che ispira purezza, e che impreziosisce di riflesso anche quella risatina precedente che in altri contesti farebbe pensare ad una messa in scena teen pop.

L’altro fattore invece, quello più determinante, l’ho trovato nel finale della canzone precedente dal minuto 2:50 di Yello / Concrete, dove ci sono un paio di note lunghe imperfette, non sostenute bene, tremolanti. Imperfezioni che sarebbe molto semplice aggiustare con gli attuali mezzi tecnologici, imperfezioni difficili da trovare in un disco pop del 2020. Ma sono proprio queste imperfezioni che ci avvicinano all’artista, che rendendo più umano il suono riescono a veicolare meglio le emozioni. 

Ecco, la scelta di mantenere queste “imperfezioni” mi fa scommettere su Birthh, sulla sua genuinità, su un’artista che non vuole scadere nella banalità ma neanche forzare la sua espressività. Un’artista che con questo semplice album mi ha rubato un “Whoa”.

Come ascoltarlo: rigorosamente a casa! #covid19

Pezzoni: Ultraviolet, Parakeet

Anno: 2020


Mirco Geremia