Dirty Little Movies · I nonluoghi e le bestie nel nuovo cinema italiano

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Ci sono dei posti così brutti e irreali nel nostro Belpaese che, quando vengono portati sullo schermo, quasi quasi ci si innamora (so che c’è almeno un caso, il mio).
Questi scenari pre o post apocalittici si avvinghiano ai loro personaggi e alle loro storie di (mal)sana quotidianità, diventando coprotagonisti muti e sordi di tre magnifici film.

Il vizio della speranza · Edoardo De Angelis, 2018

Il vizio della speranzaTra paludi e giardini immondezzai, ci si immerge in una baraccopoli dispotica e degradante, dove non c’è alcun diritto e perciò alcuna via d’uscita; la colonna sonora di Enzo Avitabile contorna di ancestralità questo mondo in caduta.
Anche Maria è un rifiuto, del mare; una randagia, sempre in compagnia del suo cane. Al soldo della sua lenona ha il compito di badare alle prostitute del posto e una volta gravide, le traghetta sul Volturno per portare a vendere il nascituro.
Un odierno Caronte, senza anima, è un animale ferito fin dall’infanzia, perché le è stata tolta la capacità di procreare.
Ma un giorno scopre di essere incinta. Sa che dovrà scegliere tra la sua vita e quella del bambino, che cresce dentro di lei assieme a due sconosciute: la speranza e la moralità.
Aiuta prima a fuggire una ragazza, poi decide per la sua evasione, cercando un dio che l’ha dimenticata e quella libertà che la sua padrona ha sempre denigrato.
Pregevole messa in scena, che si scontra però con una narrazione troppo simbolica.

La terra dell’abbastanza · Fabio e Damiano D’Innocenzo, 2018

La terra dell'abbastanza

La periferia romana è spoglia e desolata, tanto cemento per nulla; immondizie anche qui e spazi abbandonati, come i ragazzi che crescono in quegli ambienti.
Due compagni di classe di una scuola alberghiera vagano nella notte nel vuoto delle strade; a seguito di un ‘fortunato incidente’ vengono affiliati ad una banda malavitosa.
Senza porsi una minima questione morale, i cuccioli obbediscono ai lupi della zona, quando non operano li stanno ad osservare, come mangiano, come scopano. Sono convinti di ‘svortare’ da un momento all’altro e lasciare la gabbia di insoddisfazione in cui sono cresciuti.
Diventano cani da caccia all’infame, cominciano a far male e uccidere veramente; due caratteri opposti, anti-divi del crimine, capaci con i loro piccoli gesti di straniare e poi riprendere lo spettatore. Questo film è un piccolo gioiello.

Dogman · Matteo Garrone, 2018

Dogman

Il capobranco è (ovviamente) Dogman.
Siamo in un villaggio del litorale domitio, definito (nella realtà) il principe abusivo, un posto surreale, dove ogni costruzione sembra uno scarto accantonato; e così sono le vite che ci abitano.
Marcello è un piccolo uomo che divide i suoi giorni tra il suo locale di toelettatura per cani, l’adorata figlia e il vicinato, il branco.
È attratto e vessato da Simone, randagio a briglie sciolte dedito alla droga, al crimine e alla violenza; un animale che terrorizza gli altri, sfasciando quello che gli capita o andando a rubare nelle loro cucce.
Il branco-società si lamenta ed è stanco di questi atteggiamenti, ma non fa nulla per rimediare o aiutare il piccolo animale, convinto che la legge naturale provvederà.
Perché Marcello è vittima, ma anche complice.
Arrestato per la sua omertà, uscito di prigione resta solo, un cane abbandonato.
Ma il piccolo tirerà fuori i denti e comincerà ad abbaiare; il suo muso diventa quello di un doberman dopo esser stato pestato in pubblico… che immagine!
Con un tranello ingabbia la bestia stupida, per chiedere un po’ di rispetto, cosa smarrita in questa società.
Chi è visto debole dagli altri animali, resterà debole.
L’umanità, la bestialità, il luoghi sono uguali: desolati, desolanti, indifferenti, silenziosi.
Un altro capolavoro di Garrone.


Jean Luc Domez