Nick Cave And The Bad Seeds – Skeleton Tree

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Doverosa premessa: contrariamente a quanto è stato scritto sulla genesi dell’album in questione, non è vero che sia stato pubblicato per esorcizzare la prematura scomparsa del figlio quindicenne Arthur Cave. In realtà il disco era stato completato più o meno in concomitanza del tragico evento e Nick Cave si è “limitato” (le virgolette non sarebbero mai abbastanza) a rivederne i testi. Tuttavia, scindere musica e vita nel caso di Nick Cave è un esercizio completamente fine a sé stesso se non addirittura sbagliato: la sofferenza è stata sempre una componente imprescindibile della carriera del buon Nicolò Caverna.

nick cave skeleton treePubblicata il 9 settembre scorso ed accompagnata dal documentario One More Time with Feeling, la sedicesima fatica in studio del Nostro e dei fedelissimi Bad Seeds è una vera e propria ginocchiata nello stomaco: prima ti stordisce e poi ti accompagna, ancora tramortito dalla botta subita, nel suo dolore inestinguibile. Ma procediamo con ordine.

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La prima traccia, Jesus Alone, rappresenta forse uno degli apici del disco. Scommetto che vi ritroverete a guardarvi intorno con apprensione non appena sentirete Cave salmodiare “With my voice I’m calling you”.
Rings of Saturn si presenta con sonorità più ambient e Cave sembra addirittura “rapparci” sopra. Tuttavia, rimane probabilmente uno dei pezzi meno ispirati del disco, almeno secondo chi scrive. Con Girl in Amber veniamo risucchiati nel solito drammatico vortice, permeato da echi che ricordano vagamente i Sigur Rós, mentre in Magneto la parte del leone la fa sicuramente il testo, efficacissimo nel ricreare un’atmosfera surreale e claustrofobica. Anthrocene imprime un apprezzato cambio di passo che contribuisce a rendere meno pesante la fruizione del disco stesso anche se, manco a dirlo, la sensazione di tragedia incombente è ben lungi dallo scomparire. Per quanto riguarda la seguente I Need You sfido chiunque a restare impassibili una volta premuto play: la sofferenza nella voce di Nick Cave non può essere descritta se non ascoltando il pezzo, che rappresenta indiscutibilmente l’apice del disco. Le sonorità eteree si fanno nuovamente vive con Distant Sky, altro pezzo gradevole ma che non riesce a lasciare il segno. Segno che viene senza dubbio alcuno lasciato dalla conclusiva titletrack, perfetta per chiudere il discorso intrapreso sette pezzi fa (beh sì, forse otto pezzi sono un po’ pochini).

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Tirando le somme: ci troviamo quindi di fronte a un capolavoro? Beh, a giudicare dalla stragrande maggioranza dei siti/riviste specializzati/e, parrebbe proprio di sì. Tuttavia, se ci basiamo sulla definizione del termine stesso da parte dell’autorevolissima Treccani (“La migliore in una serie di opere di un artista”), allora no. È un album sicuramente intenso, ispirato e che emerge facilmente nella marea di prodotti mediocri che infestano il mercato discografico oggigiorno. Ma non è un capolavoro. Cave ci ha abituato a ben altro nella sua ormai trentennale carriera.

Come ascoltarlo: Rigorosamente vestiti di scuro e possibilmente durante una fredda serata invernale. Astenersi ascoltatori che si intristiscono facilmente.

Pezzoni: Jesus Alone, I Need You, Skeleton Tree

Anno: 2016