Intervista a Dagger Moth

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Dagger Moth è il nome del progetto solista di Sara Ardizzoni, chitarrista e cantante ferrarese dall’immenso talento. L’abbiamo intervistata per conoscere un po’ meglio lei e la sua musica.

Ciao Sara, mi pare di capire che sei sempre stata circondata di musica, hai suonato in passato con diverse band. Com’è ora portare in giro il tuo progetto solista?

Senza musica semplicemente non posso sopravvivere, ne ho bisogno anche solo come banale sottofondo per le mie giornate, è sempre stato così fin da bambina. Con il mio solo set Dagger Moth (che porto in giro ormai da circa sei anni) da alcuni mesi sono un po’ stand.by. Nell’autunno scorso ho lavorato al nuovo disco di Cesare Basile poi è iniziata la nuova avventura con i Massimo Volume e nel frattempo sto anche cercando di mettere carne al fuoco per sfornare un nuovo album tutto mio. Dopo anni in giro da sola devo dire che avevo iniziato a sentire la mancanza di un po’ di compagnia on the road, e non potevo trovare compagni di viaggio migliori!

Hai un pezzo del tuo progetto Dagger Moth di cui sei particolarmente orgogliosa?

Mah, sono un po’ tutti figli miei! Anche se alcuni li sento più vicini di altri, ci sono pezzi —soprattutto fra quelli più vecchi — che col senno di poi registrerei in maniera completamente diversa. Credo però sia un approccio al passato normale e sano, del resto l’autocritica spietata non mi è mai mancata. Di sicuro un brano che mi ha resa particolarmente felice è stato Event Horizon che vede la collaborazione di Marc Ribot (solo alla voce e stranamente non alla chitarra) perché è stata la concretizzazione, alquanto surreale e inaspettata, di un sogno covato fin da ragazzina.

Nei tuoi set da solista sembra tu faccia grande uso di effetti, loop station ed elettronica. Ma come nascono i tuoi pezzi? Quando componi hai già in mente il risultato finale che vuoi raggiungere o parti da canzoni “crude”, con solo la tua chitarra?
Ah usi anche la mia chitarra preferita, ma questo qui non c’entra molto.

In realtà non uso poi così tanti effetti, l’elemento forse un po’ più insolito che mi concedo è il kaosspad che collegato alla chitarra come multieffetto offre interessanti spunti (però al prezzo di “mangiarsi” un bel po’ di segnale). Non ho mai avuto una regola in fase compositiva, l’unica cosa che cerco sempre di tenere a mente sono i limiti tecnici che poi avrò nella gestione dei brani essendo da sola sul palco, mi piace che il live resti abbastanza fedele al disco quindi in fase di scrittura cerco di non sovrarrangiare il tutto. Viste le possibilità che offre oggi la tecnologia la tentazione è sempre forte, ma credo sia giusto tracciare dei confini entro i quali poter giocare, altrimenti le infinite possibilità mi porterebbero a una totale dispersione di idee. La chitarra è il mio strumento, quindi spesso l’ispirazione parte da lì, da un semplice riff o da un’atmosfera precisa che ho in testa, altre volte possono essere un sample elettronico o un effetto a evocarmi un paesaggio sonoro in cui divagare, invece ammetto che più raramente la scrittura parte dalla voce.

Non posso non chiedertelo: Massimo Volume? Com’è suonare con loro e com’è nata questa collaborazione? Vi ho visti live a Mestre e, beh, complimenti davvero!

Grazie! È una nuova bellissima avventura, sia dal punto di vista musicale che umano, e divertirsi insieme quando si suona e si sta in giro per me è fondamentale. Non so bene dirti come abbiano deciso di cercarmi mesi fa, dato che non ci conoscevamo personalmente, ma la cosa mi ha fatto ovviamente un piacere immenso. Inoltre accostarsi a repertori, stili e tecniche che non sono i tuoi è sempre fonte di crescita; per questo tour mi sono confrontata sia con le parti di chitarra (e direi anche con l’effettistica, componente piuttosto fondamentale dell’ultimo album) scritte da Egle sia con le parti di Stefano (Pilia, ora Afterhours, ndr), per alcuni dei vecchi brani messi in scaletta. Per quanto riguarda queste ultime in particolare, ho cercato di fare un lavoro abbastanza certosino andando a riascoltare i pezzi e guardando molti video dei live per capire più esattamente com’erano i suoni, le diteggiature, la suddivisione delle parti fra le due chitarre, eccetera.

Dagger Moth Sara Ardizzoni

Marc Ribot, Joe Lally, Giorgio Canali, Cesare Basile e appunto i Massimo Volume: com’è collaborare con questi musicisti pazzeschi?

Ognuno di questi incontri porta con sé una sua storia tutta particolare quindi, dovendo generalizzare, posso solo dire che tutti rappresentano ulteriori gradini di crescita nel mio percorso alquanto tortuoso, poi ovviamente ho visto il concretizzarsi di certe collaborazioni con grande piacere e onore. Un comune denominatore è sicuramente che tutti questi musicisti ai miei occhi spiccano per la loro coerenza e, diciamo, “integrità artistica”, qualità che secondo me non sono secondarie, anzi sono sempre più rare di questi tempi. Con Marc, Joe e Giorgio si è lavorato su del materiale mio mentre con Cesare e i Massimo Volume ho approcciato io il loro materiale dal mio personalissimo punto di vista. E proprio perché queste esperienze mi hanno spinta a uscire un po’ dalla mia comfort zone si sono rivelate importantissime, mi piace molto mettermi alla prova. In particolare con Cesare quello che poteva apparentemente sembrare un ambito musicale lontano dalle mie sonorità si è rivelato in realtà assai vicino e proprio nel suo ultimo lavoro (di prossima uscita..) ho trovato terreno fertilissimo per molti esperimenti chitarristici.

Io sono un maledetto nostalgico dei 90s, ma trovo che in questo periodo ci sia un sacco di roba davvero interessante a livello musicale. Cosa stai ascoltando tu attualmente?

Purtroppo negli ultimi anni per vari motivi non sto avendo più molto tempo da dedicare ad ascolti approfonditi e ossessivi, attività che invece caratterizzava quasi tutte le mie giornate da adolescente. Quindi non ci sono album su cui mi sto concentrando particolarmente, piuttosto cerco di scoprire nuovi ascolti in modalità totalmente casuale, pescati sia dal presente che dal passato, sintonizzandomi appena posso sulla BBC! In particolare prediligo la programmazione di BBC 6 Music. Ahimè, la radio italiana, salvo pochissime eccezioni, avrebbe tanto da imparare.

Hai suonato e suoni costantemente in posti diversissimi: da piccoli bar a grandi festival (come al Primavera Sound con Cesare Basile). Qual è la dimensione che preferisci, quella in cui ti diverti di più?

A dire il vero cerco di cogliere il meglio e imparare un po’ da tutte queste dimensioni, offrono spunti e feedback (e anche problemi) molto differenti. Sul grande palco di un festival o di un auditorium magari può subentrare un’ansia da prestazione legata al fatto di sentirsi più esposti ma anche suonando in piccoli bar — con limiti tecnici spesso notevoli — la dimensione può farsi parecchio stimolante: hai il pubblico a un metro dagli occhi, incrociare lo sguardo di ogni persona a volte può diventare più difficile che stare davanti a una platea ampia ma indistinta. La regola per me è sempre cercare di dare meglio possibile in ogni contesto. Si può arrivare sul palco di malumore, ammalati, avviliti da imprevisti tecnici, ma questo il pubblico non lo può sapere quindi quello che conta è sempre la resa finale e allora spesso si può solo cercare di far di necessità virtù.
E può essere ugualmente confortante l’applauso di mille persone quanto quello di 10 che ascoltano con attenzione e rispetto.


Enrico Grando

Le foto sono di Davide Pedriali.