Mumford and Sons live all’Arena di Verona – 29 giugno 2015

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Ok, allora: partiamo dal fatto che l’ultimo lavoro dei Mumford and Sons, Wilder Mind, non ha propriamente entusiasmato critica e pubblico, continuiamo pure dicendo che per me invece è proprio bruttino e decisamente deludente, potremmo anche finirla qua con un “embè?! Che ci sei andato a fare?!”.
Potremmo, e invece.

Il punto è che i primi due album della band londinese sono delle cartelle inamovibili nell’usb attaccata alla mia autoradio, e in più tre anni fa mi ero perso un loro concerto proprio a Verona che ricordo ancora di essermene pentito per un bel pezzo, quindi in qualche modo glielo dovevo. Nonostante il tradimento di quest’ultimo album.
Si è capito vero che non mi piace l’ultimo disco dei Mumford? Che in fondo è tutto quello che volevo dire.
Insomma, ci sta e ben venga che una band evolva e ci sta che alcuni fan apprezzino e altri meno, ma in questo lavoro sembra che il produttore nuovo abbia detto “oh, serve un rimpiazzo ai Coldplay, via sto banjo e dentro ‘na chitarra elettrica”. Risultato: piatto, sembrano una qualsiasi band pop/rock meteora che fa il singolo radiofonico e poi meh.

Mumford and Sons - ph Marcus Haney

Ciononostante i biglietti per l’Arena sono letteralmente spariti in meno di un giorno! … segno che i primi due album erano davvero fighi. (No, non vi può essere piaciuto l’ultimo, dai!)
Ma passiamo al concerto. Location ovviamente stupenda, per me era la prima volta all’Arena di Verona e – come dicono i ‘ggiovani – ciao proprio. Mi perdo il primo gruppo spalla ma faccio in tempo a beccarmi il secondo, un trio electro/pop che risponde al nome di Shura; complessivamente validi, diciamo che l’Arena alla luce del giorno non è il loro habitat naturale e un po’ si vede, ma sicuramente interessanti.

Poi finalmente, 21:30, si spengono le luci: partenza acustica con la voce e la chitarra di Marcus Mumford che intona Lovers’ eyes. Il ruffiano. Ovviamente tutti subito in piedi a cantare con lui e ad esplodere all’ingresso del banjo. Saluto di rito e uno stentato “volliamo ballare!” ad introdurre I will wait che – come se ce ne fosse bisogno – infiamma l’Arena.
Inizio col botto, zuccherino al pubblico e quindi un permesso ad eseguire un paio di brani del nuovo album, che neanche a dirlo smorzano un po’ gli animi.
Ma la scaletta è quasi scientifica per com’è studiata, e basta veramente poco per riaccendere l’entusiasmo: partono in fila Awake my soul, Lover of the light e Thistle & weeds, e se uno tende l’orecchio può sentire migliaia di cuori scricchiolare. Come se non bastasse, Marcus si lascia sfuggire un mieloso “i tuoi occhi brillano come la luna” prima di intonare la dolcissima Ghosts that we knew, che avrebbe fatto piangere qualsiasi capo ultras filonazista.
L’Arena illuminata dagli schermi dei cellulari, che non saranno gli accendini degli anni 90 ma il loro sporco lavoro lo fanno, regala un’atmosfera di quelle da tenersi strette.

Mumford and Sons - ph Marcus Haney

Dopo sta mazzata il copione si ripete: biscottino/one, permesso guadagnato e altro paio di brani nuovi. Si accendono di nuovo i led rossi e blu di scena proprio per segnalare il nuovo album, scenografia che a più di qualcuno ricorda un live dei The National, e pian piano si abbassano i cellulari. Sul singolo del nuovo disco, Believe, mi alzo e vado in bagno come chiaro segno di protesta. Dal palco ci restano un po’ male e cercano di rimediare al mio rientro facendo partire The cave. I ruffiani. Pubblico in visibilio, al massimo dell’entusiasmo, che poco dopo metterà a dura prova i gradoni dell’Arena saltando a ritmo nella coinvolgente Roll away your stone.
Il concerto prosegue con quel saliscendi dolce e indemoniato tipico dei Mumford, rispecchiato a pieno in Dust bowl dance che conclude la prima parte. Il gruppo esce di scena tra le grida e gli applausi di tutti, pure i miei, e attende i canonici tre minuti prima di ricomparire, ma lo fa a sopresa (…come tre anni fa) sul palchetto all’altro lato dell’arena, proprio in mezzo al pubblico.

Mumford and Sons - ph Marcus Haney_2


Dopo qualche minuto di battutine il cantante riesce a ristabilire il silenzio con un inequivocabile “shut the fuck up!”, e i Mumford regalano un momento d’intimità da brividi: due brani acustici, modalità quattro amici e una chitarra, le voci che si armonizzano con una naturalezza che i libri di teoria musicale non spiegano, e pure qualche accordo palesemente sbagliato ad impreziosire il tutto. Tutta l’anima dei Mumford and Sons in 10 minuti.

Di corsa poi si ritorna sul palco per il gran finale: Hot gates, brano dell’ultimo disco, risveglia dolcemente il pubblico e lo riporta alla realtà, mentre a stenderlo ci pensa Little lion man, forse il brano più atteso, quindi figuriamoci: fuochi d’artificio dentro e fuori.
Il mio concerto si chiude qui, all’apice, quello dei Mumford prevede invece un’ultima canzone del nuovo album, The wolf, che vabbè, più per contratto che per scaletta.

Alla fine ne esce un bel concerto, da Mumford and Sons; come spesso succede il pubblico ha dimostrato di apprezzare di più i primi brani della band rispetto ai nuovi, anche se qui sembrava proprio che le canzoni più vecchie avesserero il compito di trascinare e giustificare il nuovo album.
E’ mancata forse solo un po’ di scena e di effetti speciali, che per questo genere di musica e per la strada intrapresa è quello che può far la differenza tra un bel concerto e uno indimenticabile (Arcade Fire anyone?), ma in definitiva sono uscito dall’Arena con in mano un concerto ben costruito, che riappacifica, anche se fa riecheggiare un bel punto di domanda sul futuro del gruppo.

Mumford and Sons - ph Marcus Haney

Quando: Lunedì 29 giugno 2015

Dove: Arena di Verona, vincere facile

Scaletta:
– Lovers’ Eyes
– I Will Wait
– Snake Eyes
– Wilder Mind
– Awake My Soul
– Lover of the Light
– Thistle & Weeds
– Ghosts That We Knew
– Believe
– Tompkins Square Park
– The Cave
– Roll Away Your Stone
– Monster
– Only Love
– Ditmas
– Dust Bowl Dance
Palchetto:
– Sister
– Cold Arms
Encore:
Hot Gates
Little Lion Man
The Wolf


Mirco Geremia

Le foto sono di Marcus Haney e sono state prese dalla pagina Facebook dei Mumford and Sons.