Ho scoperto Hibou Moyen un po’ per caso, o meglio, grazie a Umberto Maria Giardini (fka Moltheni), che se lo porta in giro in apertura dei suoi live, e a Uglydogs, ottimi pusher di musica.
Giacomo Radi – il suo vero nome – oltre a essere musicista, è anche fotografo e grande appassionato di natura, da cui (credo) il suo nome d’arte; “Hibou moyen” in francese significa “gufo comune”.

Il mio incontro musicale con Hibou Moyen è avvenuto con il suo secondo album – Fin dove non si tocca – e solitamente quando mi innamoro di un artista passo ore a leggere e ad ascoltare tutto ciò che ha fatto, quasi fosse una sorta di feticismo necessario o di stalking digitale, ma capire il passato musicale di un musicista mi aiuta ad apprezzare ancora di più un disco. Com’è giusto che sia, il primo album, Inverni (2014), è decisamente più crudo, ma resta comunque un ottimo esordio e soprattutto un ottimo esempio di buon cantautorato. Fin dove non si tocca è però altra cosa, è un disco studiato per bene, con tutti i suoni al posto giusto e la chitarra di Giacomo sempre a guidare tutti i pezzi.

La produzione del disco è di Umberto Maria Giardini, e si sente parecchio. Hibou Moyen ci mette più o meno tutto: chitarra, pianoforte, voce e soprattutto testi. Il suo è un cantautorato estremamente elegante, dove ogni parola sembra scelta per il suono che avrà dentro alla canzone oltre che per il suo significato. Non si può dire nulla, Fin dove non si tocca è davvero un gran lavoro, composto da dieci splendidi pezzi con diversi apici (Il naufragio del Nautilus, Muro e lichene, Pallida erba).
La musica d’autore italiana è maledettamente viva.
Come ascoltarlo: Divano, luce soffusa e occhi socchiusi
Pezzoni: Il naufragio del Nautilus, Muro e lichene
Anno: 2016
















