Pearl Jam – Lightning Bolt

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Pearl_Jam_Lightning_BoltQuando ascolto per la prima volta qualcosa di nuovo dei Pearl Jam ho sempre una paura fottuta. Non c’è via di scampo, se hai un gruppo preferito über alles, puoi solamente rimanere deluso dai nuovi lavori. Perché sarà impossibile pareggiare dischi come Ten,  Vs. Yield, o sentire ancora pezzi come Yellow Ledbetter, Do The EvolutionIndifference. E alla fine è giusto così. Ami un gruppo soprattutto per ciò che ha fatto in passato. Ma i musicisti, che siano da soli o in gruppo, devono cambiare, loro e la loro musica. Le possibilità sono due: o scompaiono dopo qualche disco-capolavoro (che ne so, una fucilata in bocca, una passeggiata senza ritorno nel Mississippi, una più classica overdose) oppure si mettono tranquilli, si siedono a tavolino e consapevoli degli anni che passano continuano a fare della buona musica. La giovinezza eterna è solamente ridicola.

Poi però parte il riff di Mind Your Manners e pensi che anche dopo più di vent’anni c’è ancora un po’ di grunge in giro per il mondo. Dai, ‘sto disco non è poi così male come temevo. My Father’s Son è un bel pezzo, Jeff Ament fa l’incazzato (Father you’re dead and gone and I’m finally free to be me // Thanks for all your fucked up gifts for which I’ve got no sympathy) e si mette a comporre giri in minore belli potenti. Eddie Vedder poi resta sempre un fenomeno, con quella voce che migliora con il tempo come il vino che si scola direttamente dalla bottiglia durante i live.

Resta il fatto che mi aspettavo la botta di vita dei cinquantenni (già, c’hanno più o meno tutti sui 50 anni) e questa botta di vita non c’è stata. Lightning Bolt è un buon disco rock, ma nulla di più purtroppo. Sembra un po’ di ascoltare Backspacer – parte seconda, con pezzi potenti mescolati a classiche ballads (Sirens tra tutte). Sleeping by Myself è probabilmente la delusione più grande. Vedder avrebbe dovuto tenersela per sé, lasciarla in quel Ukulele Songs che tanta gioia mi ha dato un anno fa (dai una letta a questo). Con la versione contenuta in Lightning Bolt diventa quasi un pezzo folk. Cazzo, mi piaceva così tanto quando c’era solo l’ukulele! Nel disco però, ogni tanto tornano i vecchi Pearl Jam: Mind Your Manners, citavo prima, ma anche Pendulum è gran pezzo degno degli anni d’oro di Binaural. La produzione è affidata sempre a Brendan O’Brien, marchio di garanzia, e alle tastiere c’è il solito saggio e fedele Boom Gaspar.

L’artwork di Don Pendleton nel booklet è stupendo, quando unisci musica e arte visiva non può che nascere qualcosa di veramente figo (salvo eccezioni, sia chiaro). Chapeau anche al lavoro di Danny Clinch, regista delle fantastiche “Vignette”, i video-teaser pubblicati nel canale YouTube dei Pearl Jam durante i mesi prima dell’uscita del disco sono stati una grande idea.

Sono d’accordo, Lightning Bolt non sarà un disco che rimarrà nella storia del rock, sicuramente nemmeno in quella dei Pearl Jam. Mentre sei in macchina e ascolti il disco però, pensi al live all’Heineken Jammin Festival di Venezia di qualche anno fa, pensi a tutto il vino che si è bevuto Eddie Vedder (vedi sopra) e a come cantava da dio, alla potenza di Matt Cameron e Jeff Ament, a quanto Stone Gossard assomigli a un nerd sfigato e a quanto gli assoli di Mike McCready ti facciano ricredere (positivamente) circa i virtuosismi alla chitarra. Bene, dicevo, mentre sei in macchina e ascolti il disco pensi a tutto questo e ti rendi conto che non ce n’è per nessuno.
I Pearl Jam restano i migliori. Punto.

Come ascoltarlo: In auto, quando indossi la camicia sotto il maglione e sei in ritardo per andare in ufficio

Pezzoni: Mind Your Manners, My Father’s Son, Pendulum

Anno: 2013


Enrico Grando