Dirty Little Movies · Un miserabile odio

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Un quarto di secolo divide “L’Odio” di Mathieu Kassovitz da “I Miserabili” di Ladj LY; dopo aver visto anche quest’ultimo, la battuta di un poliziotto nel film può riassumere la situazione:

“Non mi pare che sia cambiato molto”.

Già, perché i due film hanno rispecchiato e rispecchiano ancora la vita delle banlieue parigine, i quartieri più disagiati con il suo melting pot di anime perse. Entrambe le pellicole iniziano traendo spunto dalla realtà della capitale francese: ne “L’Odio” con un filmato vero di scontri avvenuti in un sobborgo dove un giovane è stato pestato violentemente da parte della polizia, con sottofondo il reggae di Bob Marley. Nei primi minuti de “I Miserabili” un bambino di colore esce di casa con la bandiera francese, si aggrega ai suoi amici e va a vedere la finale mondiale nel centro della città, festeggiando poi la vittoria con i suoi connazionali. “Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra della società” scriveva qualcuno. Oggi invece una metafora di finzione, perché finge l’unità del popolo sotto una bandiera.

l'odio kassovitz

Nel film di Kassovitz seguiamo venti ore di una giornata qualsiasi di tre giovani sbandati di periferia: un ebreo che ha trovato una pistola di un poliziotto dopo gli scontri e cerca vendetta; un pacifico ragazzo di colore che coltiva il sogno della boxe nella sua palestra; e un magrebino che cerca di sbarcare il lunario, aiutato a star lontano dai guai da un fratello e da un poliziotto arabo.

In periferia tutto scorre sul filo del rasoio, non ci sono eroi, non ci sono buoni o cattivi; infatti nel film di Ladj LY seguiamo due giornate di tre poliziotti che perlustrano un quartiere malfamato, dove le varie comunità gestiscono i loro affari, secondo le regole da loro create. Ci addentriamo con la pattuglia per una ‘presentazione’ del quartiere, tra clan di colore, zingari, musulmani e bambini lasciati alla strada; dopo qualche minuto si respira già il calore misto alla tensione. Sembra di sentire l’odore delle armi, del loro fuoco, perché in ogni angolo c’è una miccia pronta ad essere innescata: la prima si accende a seguito di un insolito furto.

I Miserabili Lady Ly

Ne “L’Odio” spiccano una superba fotografia in b/n e un montaggio ‘sinco-rap’ con inquadrature e movimenti di macchina nervosi e dialoghi serrati; il regista alterna poi vari momenti di (apparente) calma tinta di un sarcasmo alienante, come un dj che da un finestra mixa Edith Piath e gansta rap e la camera vola tra il quartiere.

Le inquadrature dall’alto tornano ne “I Miserabili”, sorvolando enormi edifici che sembrano comporre un labirinto gigante ‘dalla quale non si possa uscire…’ ; ma fungono anche da altro occhio del regista, per confidare nuove immagini solo allo spettatore. Tra pose citazionistiche, discorsi fatui e girovagare nel nulla, per i personaggi di Kassovitz l’unica cosa concreta è il loro odio: verso la città, la politica inesistente, la polizia, abbandonati e rassegnati ad un destino immutabile.

E l’unica (triste) differenza tra le due pellicole è che nella più recente di Ladj LY anche i bambini sono personaggi, già adulti, perché gli è stato venduto il veleno (cit.), dalle istituzioni, dalla comunità; e i genitori non hanno più l’antidoto. Nessuno li vuole proteggere, ma solo tenere in gabbia. Solo fino a quando non arriverà una nuova rivolta. I due finali lasciano con il fiato sospeso, le due frasi cult a pensare:

“Fino a qui tutto bene.”
“Ci sono solo cattivi coltivatori.”

Per la Francia (cinematografica): Chapeau!


Jean Luc Domez