Stella Maris: il futuro dopo il futuro proximo.

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Sentir pronunciare il proprio nome all’interno di una canzone fa uno strano effetto. Se poi il nome non è dei più usati nel panorama musicale, è piuttosto lungo e normalmente accantonato per lasciare il posto a dei diminutivi, allora l’effetto sortito è disarmante. La ciliegina sulla torta è l’inconfondibile voce che lo intona.
Così ho scoperto gli Stella Maris, nuovo progetto di Umberto Maria Giardini, Ugo Cappadonia (collaborazioni con Sick Tamburo, Pan del Diavolo) e Gianluca Bartolo (Pan del Diavolo), Paolo Nerduzzo (Universal Sex Arena) e Emanuele Alosi (The grooming, la banda del pozzo) ed il loro primo singolo, Eleonora no.

Stella Maris album cover

Uscito a giugno ad anticipare l’uscita del disco (ascoltabile integralmente dal 24 novembre), il brano mi ricorda gli Smiths, quelli più sbarazzini, quelli di Ask. Orecchiabile, si impara subito, si canta al terzo ascolto. Cestinata l’idea secondo cui orecchiabile è sinonimo di scarsa qualità musicale, il pop degli Stella Maris si ispira ai suoni post new wave; i testi, istantanee di poesia quotidiana, racchiudono riflessioni sui sentimenti, sui rapporti amorosi, attraverso impeccabili accostamenti di immagini che collegano la sfera mentale del sentimento ad un oggetto che ne diventa simbolo e portavoce.

Uno su tutti, il piatto di ceramica bianco, decorato a motivi floreali rosso porpora, un piatto antico, racchiuso nelle dispense di gran parte delle case piccolo borghesi, simbolo di un benessere sfoggiato in occasioni speciali, il più delle volte poi abbandonato in un mobiletto di formica lucida. Sono gli oggetti a risvegliare, a ristabilire un contatto nel momento in cui il pensiero divaga nelle diverse sfumature della situazione emotiva. Così, nei testi degli Stella Maris, il simbolo ha funzione evocativa e rivelatrice.

“Torna da me, ora, gemma di origine ignota, libellula, gioia e miseria”

Così Quella primavera silenziosa, più simile all’Umberto Maria Giardini de La dieta dell’imperatrice, ci offre l’affresco di una situazione quotidiana, un pomeriggio pigro, un paesaggio autostradale, una relazione giocata sugli opposti, preziosa e affascinante, misteriosa ma inconsistente ,un ronzante volo sottile a tratti idilliaco a tratti poverissimo.
Insetti ed oggetti preziosi ritornano in Quando un amore muore non ci sono colpe:

“L’abitudine è difficile da guardare dritta in faccia come a te. Da tenere in mano come coccinella, da ammirare come perla rara poco amara”.

stella maris umberto maria giardini

Riemergono anche la pigrizia e l’ambiente domestico della camera da letto (“Le domeniche a dormire sul divano di tua madre”). La descrizione del trascinarsi di una relazione logorata, che diventa abitudine alla stasi, un’abitudine tenuta celata e protetta sotto una teca di vetro, che si alimenta tra le mura domestiche è però accompagnata da un ritmo sostenuto, né triste né allegro, ad indicare forse la disincantata consapevolezza dell’aver riconosciuto la situazione, di dichiararla (“Idiota io che mi arrendo al torto mio. Capace tu che ogni volta vuoi di più.”) , ma poi di lasciarla intatta, fiore nel giardino degli errori.
In La pioggia le tematiche domestiche si espandono acquistando una sfumatura ironica nei confronti dei costumi e dei gusti degli italiani; ci si augura infatti un diluvio in cui vengano spazzati via i rituali appuntamenti della famiglia, all’ora di cena, davanti a uni schermo televisivo. Delll’inadeguatezza nei confronti del sistema Italia si parla anche in Rifletti e rimandi.

“La mia italianità è come latte dentro ad un motore, che non parte mai e impiega ore a riconoscere anche casa sua”

e ancora

“nel tempo che viviamo tutto accade e fa male agli occhi e che in realtà noi non ci amiamo e che nulla dura in eterno”;

è un contesto povero e scarso di bellezza, di significato e di appartenenza. Personaggi che si rincorrono, si aspettano, cercano la fuga sullo sfondo di un paesaggio pastello, sfumato anch’esso o riconoscibile e standardizzato. Una periferia, un centro commerciale, un parco in autunno e un marciapiede. Una coppia di ragazzi anacronisticamente ballano uno swing sulle note del secondo singolo estratto, L’umanità indotta, esempio di un ritorno ciclico alle mode del passato, che possono essere, proprio come il piatto della copertina, simbolo di un tempo e di una situazione che non è più e, nello stesso tempo tradiscono la mancanza di nuovi stimoli e nuove spinte ad una ricerca originale ed innovativa.

“Figli miei, idioti al cellulare, non potrete mai più respirare aria. Febbre gialla come malaria mi provoca l’iPod. E piango pietre. Figli figli come conigli d’allevamento, vi confondete all’università e tuttavia restate indietro. Nel cervello buio notte e briciole di vetro.”

Piango pietre è un pezzo dai suoni più duri e cadenzati, in cui il testo si fa diretto e tagliente riflettore puntato sulla realtà contemporanea.

Questi sono gli Stella Maris, una riproposizione sottile ed elegante di un tempo che, per certi versi, è stato. Sanno di new wave, di Cure, di Smiths, di Diaframma, ma senza essere né l’uno né l’altro; sono pop perché parlano del pop, in un linguaggio raffinato e poetico, dalla voce inconfondibile. Il futuro dopo il futuro proximo.

Come ascoltarlo: In auto. O meglio ancora in treno, ma rigorosamente in una pianura desolata. Coordinare possibilmente i lenti in zona Rovigo.

Pezzoni: Quella primavera silenziosa, Quando un amore muore non ci sono colpe, Rifletti e rimandi, Eleonora no.

Anno: 2017


Eleonora Morassut