L’ennesima classifica dei migliori dischi del 2017

0
501

Ce ne sono a milioni, certo, e Dirty Little Review non può essere da meno: la classifica dei migliori album dell’anno!
Per l’occasione, la redazione (wow, che parolona!) di DLR si è unita virtualmente per elencare i 3 dischi preferiti da ciascuno di noi di questo maledetto 2017.

ENRICO

LCD Soundsystem • American Dream
L’ho letteralmente consumato. Sarò banale, ma era un bel pezzo che qualcosa di elettronico non mi prendeva così tanto.
[Leggi la recensione qui]

Brunori Sas • A Casa Tutto Bene
Sì lo so, non è il disco migliore di Brunori, ma è comunque il miglior disco italiano dell’anno.

Mount Eerie • A Crow Looked At Me
Un disco che inizia con la frase “Death is real” dovrebbe quantomeno essere citato in ogni classifica. Ho scoperto Mount Eerie solo quest’anno (grazie Giovanni) ed è stato amore immediato. Album tristissimo, straziante, quindi splendido.

OLIMPIA

Mediterranean Ensemble • Accamora
Accamora profuma di limoni, di terra, di sale e di balli sfrenati in piazza. Un disco che ha la curiosità di Ulisse, la seduzione di Circe, la pelle ruvida di Polifemo e la giovane spensieratezza di Nausicaa. Il Mediterraneo in capsule per noi, gente del nord, che spesso il massimo del calore a cui possiamo ambire è la stufetta in bagno.

Ibeyi • Ash
XXXX. Finalmente un po’ di cromosomi femminili in questa classifica di fine anno…e che cromosomi, ragazzi! Con Ash le Ibeyi prendono le distanze dal pessimismo cosmico dell’album precedente, e grazie alla collaborazione con Kamasi Washington e Mala Rodriguez ci regalano un’atmosfera un po’ più leggera. Rimangono un caleidoscopio dalle tinte ancora tenui, ma sufficientemente affascinante da aggiudicarsi un posto nel podio.

L’ultima scelta è sempre la più difficile. Sul ring troviamo Willie Peyote, Colapesce e Alt-J. Willie rischia la vittoria con la combo “dialettica invidiabile+ritmo ballabilissimo”, ma Colapesce si difende con sarcasmo e quelle melodie che non capisco mai se mi piacciano o meno, ma di sicuro mi incuriosiscono. Gli Alt-j c’hanno Deadcrush, 9 punti vita, non si discute. Il match si prospetta interminabile, quindi se siete d’accordo chiuderei lo scontro in partà.

MIRCO

Tom Misch • 5 Day Mischon
Il producer-polistrumentista-cantante-talento londinese si prende 5 giorni di pausa per questo progetto, in cui invita un artista al giorno in camera sua e partendo da zero si trova a fine giornata con un brano completo e prodotto. Categoria hiphop-elettonica-jazz, J Dilla’s finest legacy.

Vulfpeck • Mr Finish Line
Un po’ più appoggiato rispetto ai dischi precedenti, mancano i fuochi d’artificio ma c’è una cura dei suoni da applausi, e soprattutto quella capacità delle grandi band funk di mantenere sempre il groove, sia con mezzo riff e due strumenti sia con 4 assoli e un’orchestra.

Kendrick Lamar • DAMN.
Fare un disco dopo To Pimp A Butterfly è come chiedere a Jordan di giocare ancora dopo le finali del ’98. Il primo impatto soffre ovviamente il confronto, ma più ascolto sto album e più lo apprezzo; K-Dot tecnicamente è sempre sul pezzo e liricamente molto più “nudo”, e FEEL. è un pezzone.

ANDREA

Cigarettes After Sex • Cigarettes After Sex
Una scoperta del tutto casuale, derivata unicamente dal nome del gruppo che mi ha incuriosito ancora prima di conoscerne stile e genere musicale. Ebbene, ho avuto una folgorazione: un disco romantico, rilassato, intimo. Dopo una giornata di lavoro e di relativi moccoli è l’ideale per sgombrare la mente. Fatemi sapere se anche per voi è così, cari discepoli.

Caparezza • Prisoner 709
Non ci sono cazzi: checché se ne dica i testi contano ancora, eccome. Il nostro ha passato i 40 e stavolta ha pensato bene di sparare a zero su se stesso e sul suo acufene, prima ancora che sul folle mondo che lo (ci) circonda come ha sempre fatto. Un album tagliente, geniale, complesso, da ascoltare anche solo per scovare tutte le innumerevoli citazioni schiaffate a decine dentro ogni singolo pezzo.

Steven Wilson • To The Bone
Sì, qui sono un po’ di parte: in effetti sono il primo ad ammettere che SW non si inventa niente di nuovo rispetto agli album precedenti, ma la sensazione che si prova all’ascolto è quella di sentirsi al sicuro: in questo disco l’artista gioca sì in difesa, ma lo fa in maniera pulitissima e senza fronzoli. E ovviamente lo fa con la solita, immensa classe: ci vuole bravura anche per fare le cose facili (mi è sembrato di sentire dire “grazie al cazzo” o mi sbaglio?).

GIOVANNI

Arca • Arca
Disco sperimentale, ma soprattutto sincero. Pezzi come Reverie non li scrivi se non hai le idee chiare. Applausi.

Grizzly Bear • Painted Ruins
A primo impatto potrebbe spaventare l’ascoltare più impreparato, vista la pazienza che il disco richiede, ma con gli ascolti saprà regalare solo gioie.

Mount Eerie • A Crow Looked At Me
Penso qui non ci sia nulla da dire, poche righe non basterebbero per una perla del genere.
[Leggi la recensione qui]

NICOLA

The National • Sleep Well Beast
Devo ammettere che li avevo un po’ persi dopo High Violet. Ma in quest’album c’è tutto: arrangiamenti e testi da paura, eleganza. E poi lei, la voce di Matt. Chi non si emoziona è una macchina (e che funziona pure male). Qui c’è solo da sedersi e ascoltare.

Godspeed you! Black emperor • Luciferian Towers
Ad un amante del post rock non può passare inosservato questo disco. Ho aspettato tanto il lavoro dei Mogwai, ma questo Luciferian Towers è spaziale. Non ci sono canzoni da 20 e passa minuti, ma solo perché le hanno divise in più parti. Ah ecco, mi stavo preoccupando. Viaggioni assicurati e assolutamente da vedere live.

Edda • Graziosa Utopia
Quest’anno la musica italiana ha partorito molte cose valide, devo dirlo (era ora!). Ma il posto nella classifica c’è solo per Stefano Rampoldi, storica voce dei Ritmo Tribale. Si rivolge, rispetto agli altri lavori da solista, ad un pubblico un po’ meno “di nicchia”. Ma.. che disco!

ELEONORA

The National • Sleep Well Beast
Perché mi incantano i suoni, che non mi sono mai sembrati stucchevoli e noiosi. Day I Die l’ho ascoltata a ripetizione, Guilty Party è un piccolo inaspettato capolavoro.

Fleet Foxes • Crack-Up
Perché hanno dei suoni perfetti e rappresentano la commistione originale dei generi che ho sempre amato di più. If You Need To, Keep Time On Me mi ha fatto piangere. (Quelli che mi fanno piangere vincono sempre!)

Pietro Berselli • Orfeo L’Ha Fatto Apposta
Perché lo so a memoria, è rimasto per giorni nel lettore della mia auto senza venir sostituito o tolto perché “non è il genere che voglio sentire ora”. Voce originale e riconoscibilissima, testi belli, suoni semplici e mai banali, persona umile e splendida. Forza Pietro!

Ho in riserva Mogwai e Thurston Moore (che ho visto in due live pazzeschi quindi li cito).

JESSICA

I Tell A Fly • Benjamin Clementine
Il musicista poeta londinese che ha direttamente inventato un nuovo genere musicale. Si ispira alla poesia di Baudelaire, al canto lirico, al jazz, mettendo tutto in scena come in una piece teatrale. Parla del nostro tempo, dai profughi di Calais al “fantasmi di Aleppo” (Phantom of Aleppoville è clamorosa!) ma non chiamatelo artista soul, è alto e grosso e potrebbe incavolarsi seriamente. Da studiare!

Lucio Corsi • Bestiario Musicale
Lucio è un artista toscano molto giovane è talmente folle da fare un concept album sugli animali del bosco. È stato notato anche da Gucci che lo ha scelto insieme a Francesco Bianconi come volto per la sua collezione. Favoloso anche per le illustrazioni dell’album.

Giorgio Poi • Fa niente
La prima volta penserete di stare ascoltando gli Audio 2, è vero, ma dalla seconda volta è amore vero. Coinvolgente.