High on Tulsa Heat – John Moreland

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La Val Frenzela è marchiata da un torrente, arido per la maggior parte dell’anno. Solo vaste piogge lo fanno tornare ad essere la tavolozza di un pittore ossessionato dalle poche cromie del bianco e dell’azzurro: macigni immani perdono la loro compostezza e divengono materne protettrici di pozze infantili e dispettose; e l’intera valle dimentica il sangue versato dalle legioni che soffrirono la paura della morte in guerra per l’inumana mano dell’acciaio, sangue che, goccia per goccia, si lega alle acque e sprofonda nel sottosuolo, infine, a dormire.

john moreland

Quando percorsi il torrente della Val Frenzela, in una giornata estiva in cui tutto l’universo appariva bianco, non sapevo dove mi avrebbe condotto nel suo severo farsi strada nella forra. Laggiù non vi sono sentieri segnati e quel luogo, in cui mi ero avventurato di rado e solo per poche centinaia di metri, mi attraeva come il lampo della candela alle finestre di un bivacco immerso nelle nebbie dell’Altopiano. Sebbene fossi a pochi chilometri dai centri abitati, il mondo consueto si rarefaceva sempre più: si trasfigurava di continuo in foresta primordiale carica di occhi occultati, in solitaria superficie lunare cosparsa dei resti mortali di civiltà sorte e morte nel giro di milioni di anni, in mite radura popolata di ricordi dolorosi come un profondo amore relitto. Giunsi infine, in quel luogo straniero a due passi da casa, alla fine della valle, dopo aver valicato massi incastrati tra loro con perizia da muratore e superato valli minori scavate nella loro stessa madre. Una ripida salita mi portò fino a certe piccole frazioni sull’Altopiano dove si vedevano case e campi, ma nessuno ad abitare quelle o coltivare questi: e in ogni caso i camini fumavano sparsi, pur essendo estate, e il fieno era raccolto in file ordinate. Tornai che era quasi sera, dopo aver raggiunto le belle case dell’abitato di Sasso e aver percorso in discesa la Calà, proprio dove secoli prima discendevano i tronchi che sorreggono Venezia, accompagnati dalla mano di innumerevoli e sconosciuti taglialegna.

Parlare di quel percorso per me è come parlare della musica di John Moreland; non vi è nulla che non sia familiare in High on Tulsa Heat e nulla che non sia da scoprire. Fabbro di un country venato di rock e innervato di blues, autore di testi semplici, disarmanti e sinceri, John Moreland è uno dei figli spirituali di Townes Van Zandt, legato alla nuda concretezza del dolore e ad una grande dignità nel narrarlo. Cleveland County Blues rappresenta la chiave per entrare nel mondo di John Moreland:

My baby is a tornado in the endless Oklahoma sky
Spinning devastation and singing me a lullaby.

john moreland - high on tulsa heat

In questo verso c’è tutto High on Tulsa Heat: l’amore come fonte di sofferenza e di paradossale quiete, il legame con il luogo d’origine, Tom Joad che lascia le pagine di “Furore” e abbandona l’Oklahoma seguito dalla chitarra di Moreland, Suttree che, taciturno come sempre , chiude la porta della sua casa galleggiante e si inchina di fronte all’amore di una sedicenne cercatrice di perle di fiume.

We were high on Tulsa heat And lost in a lonesome sound We got wrecked on love in the heavens above And now we’re back on broken ground.


Stefano Boldrin